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- 1^ Parte -
UNA limba
UNA sola iscrittura
Parte
1^ :
UNA
LINGUA, UNA SOLA SCRITTURA
P R E M E S S A È
risaputo che la Lingua Sarda è, fra le numerose minoranze
etnico-linguistiche italiane, quella con il maggior numero di parlanti,
lingua che, al pari delle altre, ha ora ottenuto dallo Stato e dalla
Regione Autonoma della Sardegna, dopo oltre 55 anni di colpevole
silenzio, la legittimazione giuridica “ad esistere”,
rispettivamente in virtù della Legge n. 482 del 15.11.1999 e della
Legge Regionale n. 26 del 15.10. 1997 sulla “Promozione e
valorizzazione della cultura e della Lingua di Sardegna”. È
innegabile che il notevole ritardo con cui questi provvedimenti
legislativi hanno reso giustizia alla nostra Limba ha finito col
provocare danni gravissimi (speriamo non irreversibili) all’uso della
stessa a tutto favore della omologazione linguistica italiana, imposta
per legge nelle istituzioni pubbliche della Repubblica, come la scuola,
gli uffici pubblici, la stampa, la radio, la televisione. La
resistenza dei Sardi alla “dissardizzazione” linguistica è
stata messa in atto, in quest’ultimo mezzo secolo, non certo dalla
famiglia o dalla scuola, le istituzione primarie per la veicolazione
della lingua e della cultura di un popolo, ma innanzi tutto dalle
centinaia di poeti e di scrittori in sardo, da una miriade di premi
letterari sparsi sull’intero territorio isolano, da riviste letterarie
come S’Ischiglia, da alcune opere del maestro della linguistica
sarda Max Leopold Wagner (La lingua sarda – storia, spirito e forma
(1951) e il Dizionario Etimologico Sardo (DES, 1960-67), che
hanno fatto conoscere, apprezzare e studiare la Lingua Sarda nel mondo. Tentativi lodevoli ma non certo sufficienti a preservare il nostro idioma dall’urto massiccio e pervicace della lingua nazionale, se si può oggi affermare che il Sardo viene sì ancora “parlato”, ma soltanto in situazioni informali ed in maniera del tutto subalterna, per lo più dalle persone adulte, mentre i giovani (e purtroppo solo una minoranza di essi) hanno al massimo acquisito la competenza passiva della lingua, riuscendo cioè a comprendere il Sardo dei loro genitori e dei loro nonni, senza però riuscire a parlarlo. Recriminare
o piangere su quello che sarebbe potuto essere il destino della nostra Limba
e della nostra Terra, come l’insistenza nel volere a tutti i costi
ricercare colpe passate o presenti, credo sia un esercizio obsoleto e
sterile, di fronte ai nuovi compiti che attendono i Sardi tutti in forza
del nuovo quadro giuridico che proietta il Sardo verso il futuro. “La
nostra Lingua Sarda, perché abbia la possibilità di svolgere appieno
le funzioni che competono ad una lingua ufficiale, ossia ampia
circolarità per messaggi orali e scritti di qualsiasi natura, nonché
certezza, coerenza, univocità, efficacia, forza, diffusione, in una
parola “equipollenza” con le altre lingue, non può fare a meno di
avere norme certe, universali e condivise. Norme che costituiscono punto
di riferimento unico e sovralocale per qualsiasi utilizzatore sardo o
esterno” (LSU, a cura della R. A. S. – Cagliari 2001) Da
qui la necessità che i Sardi si convincano, prima di ogni altra
particolaristica o localistica considerazione, che la Lingua Sarda, dopo
aver ottenuto il riconoscimento giuridico, deve assurgere al ruolo di Lingua
Unificata (che non significa Lingua Unica), se è vero che di Lingua
della Sardegna, e non di varianti, hanno inteso i legislatori parlare
approvando la già citata L. R. n. 26/1997. Scrive
il prof. Francesco Casula in Lacanas n. 6/2004:- È stato detto e
scritto che la proposta di Lingua Sarda Unificata (LSU) impoverirebbe la
Lingua Sarda uccidendo le varie parlate e dialetti. Io penso esattamente
il contrario: è l’unico strumento per salvare tutta la ricchezza
linguistica e lessicale del Sardo. C’è di più: iniziare a praticare
l’unificazione ortografica e linguistica non è più procrastinabile
se vogliamo andare oltre una generica e improbabile tutela e
valorizzazione della Lingua Sarda, per puntare diritti al Bilinguismo
perfetto, ovvero alla parificazione giuridica della Lingua
Sarda con quella italiana. Al di fuori di questa prospettiva la Lingua
Sarda , senza koinè, è destinata a morire o a vivacchiare e
languire, marginalizzata e ghettizzata nei balli tondi delle feste
paesane- Certo
la LSU, proposta scaturita da una Commissione di studio nominata dalla
Regione Sarda negli anni 1998-99, composta da dieci tra i massimi
esperti e studiosi della materia, può essere emendata, ampliata,
corretta in alcune sue parti, ma quel che più conta è che
dell’unificazione o standardizzazione del Sardo si deve continuare a
discutere in termini operativi e pragmatici, rispettando certamente
l’enorme patrimonio lessicale delle varie parlate o dialetti di
Sardegna. Standardizzare
una lingua significa prima di tutto stabilire regole comuni, a
cominciare dalle norme ortografiche, pena l’impossibilità di proporne
l’insegnamento nelle scuole. Una
lingua per la Sardegna e per tutti i Sardi non vuole assolutamente dire
che ogni Sardo dovrà rinunciare alla parlata propria, ma che dovrà o
potrà affiancare la sua “variante” alla Lingua Sarda Ufficiale, in
nome di una appartenenza ad uno specifico territorio ed alla cultura
complessiva che lo esprime e caratterizza. Se
su questa prospettiva si dovesse marciare, altro non si vericherebbe che
quello che è avvenuto e continua ad avvenire tuttora in Italia: dalle
Alpi alla Sicilia tutti si riconoscono nella Lingua Nazionale Italiana,
eppure ogni Regione o subregione continua a parlare le varianti locali,
per niente soffocate dalla dominanza dell’Italiano. Dunque,
per analogia, dalla Gallura al Campidano tutti i Sardi dovranno
accettare e riconoscersi nella Lingua Sarda Unificata, appunto la Lingua
ufficiale della Sardegna, pur continuando a parlare e scrivere nella
loro variante. Questo
il percorso obbligato che dovremmo affrontare con lungimirante impegno,
senza ripicche localistiche, così come han fatto prima di noi i Rumeni,
gli Ungheresi, i Finlandesi, gli Estoni e, per ultimi, i
Catalani, le cui varianti interne erano ben più numerose delle
nostre. E quando ciò avremo saputo fare, e solo allora, potremo parlare di Bilinguismo perfetto e potremo attuare l’insegnamento del sardo nelle scuole ed in sardo.
Situazione
linguistica della Sardegna
Le
varietà linguistiche della Sardegna sono principalmente tre: -
Il Logudorese-Nuorese -
Il Campidanese -
Il Sassarese-Gallurese Il
Logudorese, parlato nella
zona centro-settentrionale dell’Isola, può essere, a sua volta,
diviso in tre suddialetti: Logudorese comune
(Catene del Montiferru e del Marghine, Planargia e Goceano); b)- Logudorese
settentrionale (villaggi a nord delle predette catene fino al
Sassarese); c)- Logudorese centrale o
Nuorese (Nuoro e paesi
circostanti). Il
Campidanese è parlato
nella provincia di Cagliari, in quasi tutta quella di Oristano e in
buona parte della provincia di Nuoro. Esso
si può dividere in Campidanese comune o cittadino, perché parlato nei centri più
popolati del sud Sardegna, quali Cagliari, Oristano, Quartu, Iglesias, e
Campidanese rustico praticato nei
centri minori e caratterizzato da particolari fenomeni fonetici
(metafonesi, nasalizzazioni, colpo di glottide, ecc.). All’interno del
Campidanese vanno anche collocati i parlari dell’Ogliastra (l’ogliastrino),
del Sulcis (sulcitano) e del Sarcidano (sarcidanese).
Se è vero che il Logudorese-Nuorese gode di maggiore prestigio, soprattutto letterario, per il fatto che i più antichi documenti sardi, di epoca medievale, sono stati scritti in questa variante (Condaghi, Statuti, Atti dei Sinodi, Carta de Logu), documenti che hanno attirato l’attenzione di numerosi linguisti, vero è anche che il Campidanese è attualmente la varietà più ampiamente parlata in Sardegna, in forza della maggiore densità del bacino di utenza. A
Sassari e nei centri di Porto Torres, Sorso e Stintino si parla il Sassarese,
mentre nella Gallura si parla il Gallurese. Se,
come sostiene autorevolmente il Wagner, sul piano strettamente
linguistico, entrambi i dialetti sono da considerare di origine
forestiera, installatisi nella Sardegna settentrionale tramite la
mediazione del corso e del toscano, oggi si è propensi, per motivi di
carattere geografico, politico e culturale, a ritenerli dialetti sardi a
tutti gli effetti, anche in forza dei numerosi influssi lessicali e
grammaticali che hanno accolto. Altre
minoranze linguistiche esistenti in Sardegna sono il Catalano
di Alghero e il Tabarchino
(ligure della città di Pegli, che prende il nome da Tabarca,
isola tunisina, antico possedimento genovese) parlato a Carloforte e a
Calasetta. Per
quanto questi due parlari non siano da considerare appartenenti alla
Lingua Sarda, è ovvio che anche essi debbano godere degli stessi
benefici di tutela linguistica e culturale previsti per le minoranze
etnico-linguistiche.
Antoninu Rubattu
PRONUNCIA
E SCRITTURA : UNA SOLA FORMA GRAFICA PER LE PAROLE Ogni
lingua, quando perviene allo stadio di scrittura, deve fare i conti tra
la pronuncia effettiva dei suoi vocaboli e la trascrizione fonetica
degli stessi, giacché è risaputo, e comune a tutte le lingue del
mondo, che viene sempre a crearsi una differenza tra lingua parlata e
lingua scritta. Il
sardo non sfugge a questa dicotomia, tutt’altro, perché, essendo
originariamente una lingua derivata dal latino (neolatina o romanza), ha
avuto un autonomo sviluppo temporale
rispetto alla madre-lingua, particolarmente contorto e variegato,
originando, per effetto delle lingue di contatto o di superstrato
succedutesi nei secoli e in forza delle varie, e a volte lunghe,
dominazioni subite, numerose e differenziate forme lessicali,
fonologiche, morfologiche e sintattiche. Tutto ciò ha finito col
causare numerosi dialetti o suddialetti con particolarismi locali dovuti
alla varie vicessitudini storico-linguistiche delle zone interessate. Per
uscire dal vepraio che si è venuto a determinare nell’arco di
nove-dieci secoli dalla data di prima apparizione delle lingua scritta
in Sardegna (XI-XII sec.), e per superare, una volta per tutte, le
divisioni di campanile dovute ai vari parlari sardi, se veramente si
desidera pervenire ad una effettiva unificazione e standardizzazione del
Sardo, ossia ad una sua unica trascrizione grafica, occorre stabilire
dei criteri-guida ai quali uniformare le scelte. E
queste scelte dovranno valere, oltre che per la futura Lingua Sarda
Unificata, che è auspicabile che i Sardi tutti riescano prima a
volere fortemente e a creare poi con illuminante apertura ideologica e
lungimiranza politica,
anche per tutte le parlate locali che, mi piace ribadire,
dovranno continuare a vivere e ad essere valorizzate, costituendo esse
un patrimonio sociale, umano, linguistico e storico di valore
inestimabile. Il
primo di questi criteri è, dunque, quello di scrivere ogni vocabolo
sempre alla stessa maniera, e per far questo, scienza e buon senso
suggeriscono di partire dalla origine etimologica del lemma, che
nella maggior parte del nostro lessico è di provenienza latina. Per
esempio la voce sarda con la quale si suole indicare “la sorte o il
destino”, per effetto delle varie differenziazioni fonetiche locali,
si trova oggi scritta in diverse maniere “sorte, sorthe, solte,
solthe, solti, sorthi, sorti”, ingenerando, com’è facile
intendere, un pandemonio scritturale tale, seguendo il quale mai
riusciremo ad insegnare agli alunni sardi una lingua che non sia
codificata almeno nella sua scrittura. Ora, derivando la parola sarda sorte
dal latino SORS,
SORTE,
ne consegue che la scelta definitiva della forma grafica comune è
quella di sorte. Ciò,
ripeto, non significa che tutti i Sardi, come d’incanto, dovremo
pronunciare sorte, ma che così dobbiamo scriverla, riservandoci
però il legittimo diritto di pronunciarla secondo le inflessioni
locali. Lo stesso dicasi per la copula è,
da noi resa graficamente con “est, este, esthe, es, er, el, en, è”,
e che dovremo invece tutti scrivere nella forma est, così
come suggerisce l’uguale base latina, dalla quale è derivata. Ma se appare scontato che nella scelta
di scrittura unificata è legittimo e scientificamente corretto rifarsi
alla base latina dei vocaboli, da cui ha avuto origine la maggior parte
del lessico della nostra Lingua, come comportarsi invece con i lemmi
derivati da altre lingue? Qui sorge l’altro spinoso e più
difficile problema del modello di scrittura complessivo, e di quello
relativo alla aggeminazione delle consonanti sarde in
particolare. E’ sotto gli occhi di tutti la
completa anarchia che esiste al riguardo, una babele lessicale che non
trova l’uguale in alcuna delle lingue del mondo, e che consente a chi
scrive nella nostra lingua di scegliere arbitrariamente la resa
grafica di ogni singolo vocabolo, a volte con ridicola estemporaneità,
altre seguendo la moda del calco di lingue “altre” (per esempio
dello spagnolo), altre
ancora come dettate da un’irrazionale voglia di apparire originale e
diverso dagli altri (soprattutto dall’italiano!), prescindendo da una
tradizione scritta e letteraria che
pure abbiamo, quantunque in maniera non copiosissima e perfino non del
tutto uniforme. Orbene qui si propone un secondo
criterio-guida al riguardo, partendo dalla constatazione di un
bilinguismo ormai diffuso e comunemente accettato nella nostra Isola (in
verità, con una sempre più marcata prevalenza dell’italiano
soprattutto nelle ultime generazioni), cercando di immedesimarci in chi
dovrà contemporaneamente imparare
a parlare e a scrivere in sardo e in italiano (i nostri ragazzi,
a scuola), evitando di creare loro barriere artificiali tra le due
lingue, tra il modo di renderle graficamente, di usarle
contemporaneamente con pari dignità e pari valore funzionale, di
intenderle nella loro completezza, secondo tradizione storica, cultura e
senso di appartenenza, favorendo così il reciproco rispetto e la
reciproca più ampia valorizzazione. Tutto questo ci convince che il
problema dell’aggeminazione delle consonanti vada risolto nel
senso di raffrontare la scrittura del sardo con quella italiana,
uniformandola, per quanto possibile,
nella resa grafica, senza voler artificiosamente addure
obsolete e pretestuose argomentazioni di paese, che niente hanno di
scientificamente provato e molto invece di livore storico pregresso. Solo se saremo capaci di operare
questa non costosa “rivoluzione”,
se i sardi tutti vorranno scrivere bacca
e non baca /
beffe e non befe
fattu
e non fatu
(lat.
VACCA)
(it. ant. beffa)
(it. fatto o lat. FACTUS)
sette
e non sete /
toppu e non topu /
Sardigna e non Sardinnya (lat.
SEPTEM)
(it.
zoppo)
(it. Sardegna) avremo fatto un grosso passo avanti
nella uniformazione ortografica e nella codificazione della Lingua
Sarda. Occorre qui ricordare che non è
possibile insegnare ed usare per iscritto una lingua senza che i
vocaboli che la costituiscono siano codificati da regole precise di
scrittura, universalmente accettate e condivise dal popolo dei parlanti.
E’ questo un passo indispensabile per pretendere una parità linguistica effettiva ed attuarla con l’insegnamento paritario nelle scuole di ogni ordine e grado, con il riconoscimento ufficiale nelle istituzioni pubbliche, nella vita relazionale. |
REGOLE PER L’UNIFORMAZIONE ORTOGRAFICA
Diamo
ora alcune delle principali norme ortografiche cui bisognerà attenersi
per addivenire ad uno standard di scrittura unificato. * Ogni vocabolo delle lingua sarda è frutto della concatenazione di vocali e consonanti, a volte meglio specificate dall’uso di un
accento.
Occorrerà pertanto astenersi dall’uso di segni diacritici
che tendano ad evidenziarne particolarità fonetiche. Si scriverà caddu,
cuaddu e non
caddhu, cuaddhu /
andare, andai e
non andhare, andhai
cavallo
andare
* Quando un vocabolo finisce per consonante, verificandosi nel discorso una pausa, si determina nella lingua parlata l’impiego di una vocale arbitraria (detta paragogica o epitetica) che serve da appoggio nell’emissione del fiato. Questa vocale è sempre la medesima di quella che precede la consonante. Essa può essere usata nella lingua parlata, mai
nella scritta.
Potremo pertanto dire
féminasa
àndanta
pìras(a) este
donne
vanno
pere è ma scrivere
féminas
andant
piras est
* La maggior parte dei vocaboli del lessico sardo sono piani o parossitoni, hanno cioè l’accento tonico sulla penultima sillaba.Altre invece sono tronche o ossitone (accento sull’ultima sillaba) o sdrucciole o proparossitone (accento sulla
terzultima sillaba). Per favorirne la lettura e l’esatta comprensione dei lemmi non piani, si è addivenuto alla necessità di segnare con un
accento grafico
con il segno grave [̀] tutte le
parole tronche o sdrucciole.
Sarebbe però più esatto applicare questa regola alle vocali toniche a, i, u (à, ì, ù), giacchè le vocali e, o sono soggette alla norma delle metafonesi, che prevede che esse siano aperte (è, ò) o chiuse (é, ó) (Vedasi a questo proposito, il
capitolo
riservato alle Vocali del Sardo).
Si scriverà pertanto
candela
nomenada
aggradare,
aggradai
dicciosu
candela
fama
gradire
fortunato
caffè
cumò
gattò
Vostè
caffè
comò
mandorlato
Lei, Ella
àrvure,
àrburi
àspidu
gùtturu
imbìligu, bìddiu
albero
aspido
gola
ombelico
bènnere
sèmene
cuncòrdia
òpera venire
seme
concordia
opera bénneru,
ghénneru, génniru
néula, nébida
ómine, ómini
órgiu
genero
nebbia
uomo
orzo *
La lettera q italiana del nesso qu + vocale
è sostituita da cu + vocale.
Si scriverà dunque
cuintu
cuarteri àcua
cuadru
quinto
quartiere
acqua
quadro
e non
quintu
quarteri
acqua
quadru * Le consonanti iniziali mobili b-, d-, f- g- si consiglia di scriverle sempre interamente, anche se nella pronuncia possono
cadere.
Occorre scrivere pertanto bene, beni
de
domo, domu
fizu
gama
bene
di
casa
figlio
gregge
e non ‘ene,
‘eni
‘e
‘omo, ‘omu
‘izu
‘ama ** Al riguardo occorre precisare che, considerato l’uso vasto e generalizzato di impiegare anche nella scrittura la forma con l’elisione indicata con un apostrofo, credo possibile, oltre che utile, si possa assecondare l’usanza consolidata, in
eventuale
sede di ridiscussione della proposta avanzata dalla LSU. *
La terza persona singolare e plurale dei verbi termina
sempre in -t, indipendentemente dalla pronuncia locale.
Scriveremo pertanto
fiat
sunt
cantat
finint
era
sono
canta
finiscono
e mai
fiata
sun, sunu
càntada, càntata
fìnini, fìninti
* La z può essere sonora (in linguistica (codice AFI) viene trascritta con dz) e sorda (ts). Per evitare di confondere i due suoni (cosa non possibile nella lingua italiana) in sardo si è addivenuto già da tempo ad indicare con z il suono
della zeta sonora
o dolce e con tz quello della sorda o
aspra. Z e tz non raddoppiano mai e possono trovarsi all’inizio della parola e all’interno di essa, preceduta, a volte, da una
consonante.
zaga
zéfiru
zigarru
zorbedadi
zuighe
cancello
zefiro sigaro
balordaggine
giudice
barzelletta
benzina
bizare
monza
burtzu
barzelletta
benzina
vegliare
suora
polso
tzàppulu
tzegu
tzittade, -adi
tzotzire
tzumbare, -ai
rammendo
cieco
città
chiocciare
zombare
lantza
chentza
pitzu
cotza
intzullai
lancia
senza
pizzo
cozza
aizzare * La lettera h non ha alcuna valenza fonologica ed è unicamente usata con la c e la g. Essa non viene usata neanche
in alcune voci del verbo àere,
àiri (avere).
chercu
chèscia
chimera
chìriga
chistionare, -ai
quercia
lagnanza
chimera
chierica
questionare
gherra
ghetta
ghiare,
-ai ghirlanda
ghisadu, ghisau
guerra
ghetta
guidare ghirlanda
manicaretto
as
at
ant
apant
àpidu
hai
ha
hanno
abbiano
avuto *
La semiconsonante prepalatale j trova il suo impiego nella
lingua sarda in lemmi come
jaju
jana
joddu
jubu, juu Jubanne
maju
massaju
raju ruju
nonno
fata
giogurt
giogo
Giovanni
maggio contadino
folgore
rosso *
E’ usanza diffusa fare uso nella pronuncia del Sardo di una d
eufonica:
cun d’unu in
d’unu
tott’in d’una
** Trattandosi unicamente di una esigenza fonetica e poiché tale d non è l’esito di alcuna elisione si propone
di non riportarla graficamente
e di scrivere pertanto
cun unu
in unu
tottu in una
* L’elisione delle vocali finali dei vocaboli, quando sono seguiti da altri vocaboli che iniziano con vocale, è indicata
graficamente con l’apostrofo.
s’àliga
s’aneddu s’ollu, s’ozu
s’edra
s’imbudu
l’alga
l’anello
l’olio
l’edera
l’imbuto
un’àrvure
un’elmu un’ischìglia
un’ómine, un’ómini
un’ursu
un albero un’elmo
un
sonaglio
un
uomo
un orso
m’addolorat
si nd’andat
b’arriviat
un’àter’annu
bell’ ómine, -i
mi addolora
se ne va
ci arrivava
un altro anno
bell’uomo * L’avverbio italiano non ha in sardo due forme: no di fronte alle parole che iniziano per vocale (e nelle risposte
negative assolute), non di
fronte alle parole che iniziano per consonante.
no apo sidis
no est beru
no abberzo sa gianna
non ho sete
non è vero
non apro la porta
non bi ando
non ddi ollu
non cherjo nudda
non ci vado
non ne voglio
non voglio nulla
Anto’, a nde buffas de ‘inu?
No!
Antonio, ne bevi di vino? No! *
La congiunzione italiana né in sardo non viene accentata.
ne tue ne isse
ne carri ne pisci
ne mascru ne fémina
né tu né lui
né carne né pesce
né maschio né femmina *
Quando un vocabolo subisce un troncamento, questo non si
evidenzia con un accento, bensì con un apostrofo.
Anto’ e non Antó
pe’ e non pè
tru’ e non trù
Antonio
piede
va’
avanti * Molti avverbi in Sardo vengono espressi reiterando lo stesso lemma. Lo stesso fenomeno si ripete per esprimere il superlativo assoluto degli aggettivi qualificativi o il gerundio dei verbi In tutti questi casi i due lemmi vanno separati
da un
trattino (-). pende-pende,
pendi-pendi tamba-tamba
róddula-róddula, tuvi-tuvi
penzoloni
barcolloni
rotoloni
fattu-fattu
como-como
tando-tando
immoi-immoi appresso,
dopo
adesso
allora
or
ora nieddu-nieddu
dulche-dulche durche-durche dulci-dulci
altu-altu, artu-artu
nerissimo
dolcissimo
altissimo
faghe-faghe
rie-rie
curre-curre
prega-prega
fue-fue
facendo
ridendo
correndo
pregando
fuggendo * Si propone di scrivere staccate le varie combinazioni di particelle pronominali, così come in italiano, con la sola
eccezione delle forme
imperative. mi
nde leo duas
bos la canto deo
pedidebilu bois
me ne prendo due
ve la canto
io chiedeteglielo
voi
* Le particelle pronominali o avverbiali atone posposte ai verbi (i cosiddetti clitici) seguono le stesse regole dell’italiano:
si
scrivono cioè attaccate ai verbi.
Si scrivono staccati, invece, nella forma indiretta.
dademilu
porridebilis
leàdelu
àndabi
naràdelunos
o mi
lu dade
bi lis porride
lu leade
bi anda nos
lu narade
datemelo
porgetemelo
prendilo vacci
ditecelo
dademilu cussu giogu
faghidebilis sas bonas uras
o
mi lu dade cussu giogu
bi lis faghide sas bonas uras
datemelo quel giuoco
fate
loro gli auguri
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Elementi di fonetica
LE VOCALI DEL SARDO
Le vocali del Sardo sono sette, proprio come nella lingua
italiana:
a
è
é
i
ò
ó
ù Le vocali e, o, quando sono toniche, possono essere aperte (è, ò) o chiuse (é, ó) in forza di una norma detta metafonesi
o
metafonia. Questa dice che si pronunciano aperte quando la sillaba o le sillabe che le seguono contengono una vocale di suono chiaro,
cioè a, e, o: bènnere
sèmene
cuncòrdia
òpera venire
seme
concordia
opera
Esse si pronunciano chiuse quando la sillaba o le sillabe
che le seguono contengono un vocale di suono oscuro, cioè i,
u: bénneru,
ghénneru, génniru
néula, nébida
ómine, ómini
órgiu
genero
nebbia
uomo orzo La presenza, nelle sillabe che seguono la e, o toniche, della semivocale i in forma di dittongo o trittongo fa sì che questa
non venga considerata ai
fini della determinazione dell’apertura o della chiusura delle stesse: còccia,
cròccia
giòvia
penitèntzia
géniu, zéniu
coltre
giovedì
penitenza
genio
La a, o, u hanno lo stesso suono della lingua italiana.
In Sardo esistono due semivocali i , u, che, precedendo o
seguendo le altre vocali, originano i dittonghi e i trittonghi: àinu
téula
vìssiu
nois
tréighi asino
tegola
vizio
noi
tredici
LE
CONSONANTI DEL SARDO
Le consonanti del Sardo sono diciassette:
b B
c C
d D
f F
g G h H
l L
m M n N
p P
r R
s S
t T
v V x
X
z Tz z Z
*
*
*
b B Ha suono bilabiale
occlusivo in inizio di parola:
binu
binza
bidda
bolu
vino
vigna
paese
volo
- fricativo in posizione intervocalica mediana:
àbile, -i
croba
lébiu
sàbiu
abile
coppia
lieve
sapiente
- occlusivo in posizione aggeminata (bb):
abbaidare, -ai
babbu
gobba
istrobbare
guardare
babbo
gobba
disturbare
c C
Ha suono velare
con ca, co, cu, che, chi:
cabbanu
contràriu cumpostu
chèscia
chimera
gabbano
contrario
composto lagnanza
chimera
- palatale con cia, cio, ciu, ce, ci:
ciaffu
cioccolata ciurru
centésimu
cìcchera
schiaffo
cioccolata
zampillo
centesimo
chicchera
d D
Ha suono dentale occlusivo, da scempia, all’inizio della
parola come in posizione mediana preceduta da vocale o consonante:
dannu
defensa didu
dondiegu
dudosu
danno
difesa
dito
gelsomino
dubbioso
bide, bidi cadena
fadigosu
maduru
nodu
vite
ctena
faticoso
maturo nodo
- In posizione aggeminata preceduta dalla vocale a + dd (add-),
all’inizio della parola, conserva
lo stesso suono dentale occlusivo:
addepidare, addepidai
addobbare, addobbai
adderettura
addebitare
percuotere
addirittura
adderettare, adderetzai addoppiare, addoppiai
addàsiu
addrizzare
addoppiare
adagio - In posizione aggeminata (dd) o preceduta dalla n (nd) ha un suono particolare detto cacuminale o invertito
(suono che si ottiene
rovesciando la punta della lingua verso il palato):
bidda
ddeddu nudda
pudda
soddu
paese
bambino
nulla
gallina preoccupazione Per evidenziare questo suono è invalso tra molti scrittori l’uso di apporre una h subito dopola doppia d (ddh). Questo però, oltre che inutile, risulta essere anche antiscientifico, poiché ogni sardo è in grado di distinguere con facilità questa particolarità fonetica distintiva oltremodo della nostra parlata.
f F
Ha suono labiodentale fricativo sia in inizio di parola che in
posizione mediana, sia scempia che aggeminata:
fadu feche,
feghe fiagu,
fragu affittu
beffe buffare,
-ai
fato feccia
odore
affitto beffa
bere
g G Ha suono velare con ga, go, gu, ghe, ghi: Gaddura gosu gutta ghetta ghia
Gallura godimento
gotta
ghetta
guida
- palatale con gia, gio, giu, ge, gi:
giasminu gioddu
giustesa
genna
giannittu
gelsomino giogurt
giustezza
porta
squittio
- mediopalatale con glia, glie, glio, gliu:
bìglia
cogliende
coglionare, cogliunai
conìgliu
biglia
raccogliendo
scherzare
coniglio
- nasale mediopalatale con gna, gne, gni,
gno, gnu:
bagna
ugnedda istagninu
segnore, -i
bugnu
sugo
unghietta
stagnino signore
bugno h H Non avendo alcuna effettiva valenza fonologica è unicamente impiegata per indicare il suono velare della c e
della g, oltrechè in diverse esclamazioni:
chercu chirca
gherra ghinda
ahi!
ohi!
mah!
quercia colletta
guerra
amarasca
ahi! ohi!
ma!
l L
In posizione
iniziale ha suono laterale alveolare:
lama
leppa
lima
lontanu
lunàticu
lama
coltello
lima
lontano
lunatico
- subisce una lenizione in posizione mediana:
belu
cala
pala
filu
pilu
-
un rafforzamento quando è aggeminata:
ballu
mallu
fillu
isciallu
ispallattare
ballo
maglio
figlio
sciallo
schiarire
m M
Sia in
inizio di parola che in posizione mediana, scempia o aggeminata, ha
sempre un suono bilabiale: mama
meda
minudu
moda
muràglia mamma
molto
piccolo moda
muraglia brama crema
ammaju
ammentu prima brama
crema
ammaliamento ricordo
prima n N Ha un suono nasale alveolare. Subisce una lenizione quando è intervocalica e scempia, un rafforzamento
quando è aggeminata:
nanu
nea
nieddu nobilesa
nudesa
nano
alba
nero
nobiltà
nudezza
antunna
mannu manu
sonnu
sonu
fungo
grande
mano
sonno
suono
p P Ha sempre un suono bilabiale occlusivo sordo, sia in inizio di
parola che in posizione intermedia, scempia o aggeminata:
pala
petta, petza
piccioccu
poeta
pubusa
pala
carne
fanciullo
poeta
upupa
apo
appusentu
cumplimentu
suppa
tappu
ho
camera
complimento
zuppa
tappo
r R In inzio di parola ha sempre un suono vibrante e sonoro:
rana
reina
ricchesa
roda
russignolu
rana
regina
ricchezza
ruota
usignolo
- vibra alquanto quando
è aggeminata:
arrana isburrare,
isburrai
perra
furriottu
rana
cancellare
metà
saliscendi
s S In
posizione antevocalica iniziale di parola ha un suono sibilante
aspro o sordo:
saba
sisina
sidru
sonajolu suspu
sapa
sisino
cedro
sonaglino
metafora
- in posizione intervocalica il suono si trasforma in sibilante
sonoro o dolce:
bàsidu casiddu
caserma
pasare, pasai
basolu
bacio
arnia
caserma
riposare
fagiolo
- aggeminata ha suono sibillante sordo o aspro:
asséliu fossu
nassa
màssimu tasseddu
quiete
fosso
nassa
massimo
tassello - Nel digramma / sc-/ nelle forme sca, sche, schi, sco, scu il suono è sempre esplosivo come
nella lingua italiana: basca
pischera
muschitta iscógliu, scógliu
mùsculu afa
peschiera
sterpazzola
scoglio
muscolo -
Nelle forme sce, sci il suono diventa fricativo
alveopalatale: pascèscia
iscena, scena
pisci
scèscia
muscire pazienza
scena
pesce
lettera “x” bisbigliare
t T Ha
sempre suono dentale occlusivo sordo:
tana
telu
tìsigu, tìsicu
tontesa
tulipanu
tana
telo
tisico
tontaggine
tulipano
tristura
trobea attesu
attroppogliare,
attroppegliai
tristezza
pastoia
lontano scompigliare
v V Ha
suono labiodentale fricativo sordo in qualsiasi posizione:
valentia
velu
vilesa
votu
vulcanu
prestanza
velo
viltà
voto
vulcano
avallu
avvesu brivu
cravare,
cravai avvisu
avallo
avvezzo
privo
ficcare
avviso
x X Ha
suono fricativo alveopalatale sordo:
xicia
xena
xertara luxi
paxi
cìxiri
camomilla
cena
sgridata
luce pace
cece
tz TZ
Africata
dentale sorda o aspra che
esprime uno dei due suoni della z: tzàcchidu tzerra
tziu
tzonca
tzurru scoppio erpete
zio
assiuolo
zampillo
matza
intzertu intzivile
atzoroddu
intzuddare, -ai
pancia
indovinello
incivile
pasticcio
azzeccare
z Z
Africata
dentale sonora che
esprime uno dei due suoni della z:
zampillu
zecchinu zigarru
zona
zuava (a sa)
zampillo
zecchino
sigaro
zona
zuava (alla)
lozana
trazea
mazineri
tazola, tazora
azustadura argilla diavolini fattucchiere carrucola aggiustatura
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